02 dicembre 2011

#Raccontibrevi

Madame Naissance.

Era un giorno non precisato del 1976 - così m'han detto - e stavo lì, tranquillo
tranquillo a sonnecchiare.
No, non potete avere una benché minima idea della sensazione di calore,
protezione, spensieratezza, che stavo provando in quel momento.
Sembrava quasi di esser in letargo, e forse lo ero davvero.
Nessuno poteva farmi del male. Non poteva accadermi nulla.
Certo, ero completamente solo e in letargo!
No, non è così scontato.
Non potevo nemmeno interloquire con nessuno, nemmeno
se mi fossi destato.
Ad un tratto una luce fortissima mi abbagliò e mi fece svegliare di colpo.
Una forza centrifuga mi spingeva verso quella luce.
Non riuscii a resisterle e, in men che non si dica, mi ritrovai in un luogo
a me sconosciuto. Mai visto.
C'erano anche altri individui.
Faceva freddo. Tanto freddo. Avevo paura.
Avevo passato la mia vita da eremita, fino al quel giorno.
Ora invece mi trovavo intorno tutta quella gente che non conoscevo.
Parlavano una lingua incomprensibile, e sorridevano tutti.
«Ma che cazzo vi ridete?» Pensai tra me e me.
Ma niente. Questi continuavano a parlarmi, a ridere e a toccarmi.
Non riuscivo a capacitarmi.
Tremavo dal freddo, seppur mi misero una coperta addosso.
Ma perché mai finii in quel posto?
Cosa volevano quelle persone da me?
Che fine avrebbero fatto le mie abitudini sedentarie?
«No, no... ritorno indietro. Non voglio restare qui.»
Verso sera, se n'erano andati via tutti, era rimasta solo una donna,
sdraiata vicino a me.
Tentai di sgattaiolare via cercando di infilarmi in quel guscio
che mi aveva portato lì.
Non appena cercai di aprire le imposte soltanto socchiuse, la donna si svegliò,
mi prese in braccio, e cominciò a sbaciucchiarmi.
«Ma che palle! Ma fatti una vita! Ma che minchia vuoi da me?
Lasciami andar via. E che cazzo!»
Ma ovviamente, non parlando la stessa lingua, questa continuava imperterrito
a trattenermi con sé.
Così, rimandai l'impresa a tempi migliori.
Dovevo escogitare un altro modo.
Cercai quindi di dormirci sopra, sperando che la notte mi portasse consiglio.
«Nooo, cazzo! Adesso come faccio?»
Sì, quando mi svegliai mi ritrovai in un specie di box.
Avete presente? Come quello per i cani, ma un po' più carino.
Era pieno di giocattoli. Che poi che cazzo ci dovevo fare con quei pupazzi,
lo sapevano soltanto loro!
Ero in una stanza da solo dentro questo marchingegno.
Provai a saltar fuori... ma che ve lo dico a fà?!?
Nulla.
Cercai di mordere le pareti fatte di rete... ma non avevo denti.
Nulla.
Incominciai a gridare... ecco, un'idea geniale!
Arrivò di corsa la solita sciura di prima.
«Mhhh... ancora sta tipa! Va beh!»
Mi prese in braccio, e riprese con le solite moine... smancerie.
«Andiamo avanti!»
Mi portò a letto, al suo fianco.
Non appena si addormentò tirai fuori la mia arma segreta.
Un flacone di pillole di colore blu. Lexotan (aka: sonnifero).
Le misi tutte nel biberon e agitai a lungo. Latte macchiato.
Glielo infilai in bocca. Lei si svegliò e dopo una breve avversione,
decise di assecondarmi.
Fatto. Andata.
Ripresi a spalancare le porte del paradiso.
Con delicatezza e non senza fatica, riuscii quatto quatto a percorrere
la strada della felicità.
Un po' umido da quelle parti!
Eccoci qua. Arrivato a meta. Ma non c'era più la mia casetta.
«Oh cazzo!»

Dov'è finì la mia calda e accogliente casetta ancora oggi lo ignoro.
Purtroppo, cari ragazzi, non finì come avrei voluto. No, proprio no.
Il paesello che mi aveva dato i natali, era sparito. Devastato. Deserto.
Dovetti ritornar fuori in quel postaccio che abito a mio malgrado
ancora oggi, nel fu lontano 2011.

Proverbio di oggi:
«Non scappare mai dalla realtà, tanto non serve a un cazzo.»

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